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Macerie, cicatrici e radici

Ho visto le macerie delle ruspe e dell’uomo, quando sono venuti a buttare giù le ultime case pericolanti e pericolose. Le ho viste nelle foto che mia madre mi ha mandato su Whatsapp, perché come quando ci sono stato a pochi metri non ho avuto il coraggio di guardare in faccia la polvere, anche questa volta non ho avuto il coraggio di andare a rendere un ultimo saluto a tutti gli angoli dietro cui ci nascondevamo da piccoli prima di andare a fare tana.

 

Macerie che hanno preso il posto delle macerie che erano già in terra

 

Ha tremato così tanto tempo fa che non ricordo più com’ero. Avevo la barba lunga, abitavo in un'altra casa, andavo a letto con un’altra ragazza. Si sono susseguiti i giorni e i mesi e la terra ha tremato ancora, l’ha fatto spesso, l’ha fatto ed è comparso sui giornali e l’ha fatto senza che nessuno ne parlasse. Altra gente ha cambiato case, ma costretta da crolli e inagibilità. Portata via dalla terra e a causa della terra in cui aveva le radici ben piantate. 

 

Chi tornerà sui monti quest’estate? Quando potremo smettere di rendere omaggio, di ricordare, di immaginare con la memoria i contorni delle case che sono state trascinate via? 

 

Mi piacciono le cicatrici, mi piace averle, mi piace guardarle e mi piace toccarle: sono il segno del tempo. C’era chi diceva che le rughe son belle perché ci vogliono tanti anni per farsele venire. Le cicatrici invece arrivano quando meno te l’aspetti, sono il risultato di un gesto improvviso, sono portate in dono da operazioni, da incidenti, da distrazioni. Raccontano. Sono i punti che squarciano il corpo di un bambino nato con una malformazione, sono il sopracciglio aperto di uno sportivo sfortunato, lo zigomo ricucito di chi ha superato il limite, la linea che segna il polpaccio di chi guidava una moto a tutta velocità. Le cicatrici sono forza e debolezza, fortuna e sfortuna, uno e l’altro. Legano, lasciano impressi momenti.

 

Le cicatrici ora non le vediamo. Vediamo solo ferite. Le vediamo sui muri, nei paesi e anche sui monti. Saranno lì per chissà quanto tempo ma arriverà un momento in cui al loro posto vedremo cicatrici, cicatrici che ci rendono unici e ci rendono bellissimi, ci rendono interessanti, ci rendono forti. 

 

E quando qualcuno che non ci conosce ci chiederà come ci siamo fatti quelle cicatrici gli racconteremo la storia del terremoto che è arrivato di notte e ci ha portato via le case e gli affetti. Gli racconteremo dove eravamo e cosa stavamo facendo, a chi abbiamo telefonato, come abbiamo vissuto il giorno successivo e i mesi a venire. Gli descriveremo quel vento caldo e inquietante che soffiava tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, i libri caduti a terra la domenica mattina che siamo stati buttati giù dal letto. Gli faremo capire quanta paura abbiamo avuto.

 

Gli diremo che la terra ci ha ferito, ma che siamo ancora in piedi, più forti, più grandi e più belli di prima, tanto orgogliosi delle nostre cicatrici quanto siamo orgogliosi delle nostre radici.

 

Gian Mario Bachetti

 

 

 

06/08/2018


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